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GUIDA INTRODUTTIVA AGLI STRUMENTI MUSICALI MECCANICI di Marino Marini 1/2

Il presente testo è stato tratto dalla guida-catalogo del Museo Marini.Le fotografie degli strumenti sono state tratte dal suddetto testo.Il materiale è stato gentilmente concesso in uso della eredi Marini.

INTRODUZIONE

Molti mi chiedono quale sia stata la spinta chi mi ha portato realizzare un museo di strumenti musicali meccanici.
Quando la mente deve tornare al susseguirsi di tanti avvenimenti in tanti anni la risposta rimane confusa e sembra che tutto si trasformi nel racconto, come se fosse il sogno della notte precedente di cui la memoria ci porta a ricordare con chiarezza tanti particolari mentre altri rimangono confusi.Il primo legame con le cose antiche, o semplicemente vecchie, risale alla mia infanzia. Con una piccola bicicletta, in compagnia di mia madre, di mia sorella e di una zia, percorreva la strada che portava a Savarna fino ad arrivare ad una villa favolosa con un vastissimo salone pieno di ceramiche antiche. Delle ceramiche acquistate allora poco è rimasto a seguito degli avvenimenti bellici, ma mai è venuto a mancare l’attaccamento a queste, nè il ricordo di quel giorno.
Certamente questo particolare è stato il seme che mi ha portato alla passione della ricerca delle cose del passato fin dagli anni della mia giovinezza, e più tardi a quella degli strumenti musicali meccanici. E chissà che questa passione non sia la compensazione inconscia dell’incapacità di esprimermi musicalmente in altro mondo.
Incominciai a raccogliere piani a cilindro perché i miei anni più belli sono legati all’epoca della massima diffusione e successo di questo strumento, espressione di una così umile umanità. La pianola infatti è infatti per i grandi e per i piccoli qualcosa di indefinibile: è affetto, dolcezza, ricordo eccetera...
Il pianola cilindro: sotto il pomposo nome questo strumento tipico italiano è stato poco conosciuto; da regione a regione prendeva il nome di organetto di Barberia, verticale, organo, viola, pianino, eccetera...
Rallegrava i giri delle giostre spinte a mano, gli intervalli nelle sale cinematografiche, si trovava nelle sale da ballo, nei ristoranti ed osterie, nei locali pubblici e soprattutto per strada, su un carrettino spinto dal suonatore ambulante o trainato da un somarello.
Quando iniziai a collezionare i piani a cilindro non pensai certamente che un giorno, essi mi avrebbero portato a realizzare un museo di strumenti musicali meccanici. Il passo infatti non fu breve e solo nel tempo la ricerca di uno mi portò a sconfinare nella loro grande famiglia.
Caratteristiche della raccolta è di presentare molti strumenti efficienti e di offrire a chiunque l’opportunità di vedere, oltre ad altri particolari, come da questi strumenti siano nati i calcolatori elettronici.
La raccolta non ha solo un interesse artistico ma anche storico e culturale.
La popolarità degli strumenti meccanici del tipo tradizionale ha avuto vita breve, iniziata a metà dello 800, può considerarsi finita nel 1926.
Nel 1925 i costruttori raggiunsero il maggior numero di maestranze, ma la rapida divulgazione delle macchine parlanti, di maggiore praticità e minore costo ed ingombro, contribuì alla trasformazione di quasi tutte le fabbriche, alla cessazione di tante altre.
Le guerre, le allusioni, la vita randagia, le tarme, i roditori di soprattutto la scomparsa di un artigianato hanno contribuito alla rarità di ogni tipo di strumento.
Un particolare interessante è ricordare come il piano meccanico sia stato legato alla storia d’Italia quando, al tempo della Carboneria, contribuì a rendere popolari melodie come: “Va pensiero sull’ ali dorate”, “Ai nostri monti ritorneremo”, “Oh patria che dal tetto natìo”. Il canto, con il suo invito alla rivolta, fu di valido aiuto alla liberazione del Lombardo Veneto.
Ai visitatori che resteranno sorpresi di fronte alla raccolta e si chiederanno la ragione di riunire nella stessa sala dei piani a cilindro un così elevato numero di strumenti che più o meno hanno le medesime caratteristiche, desidero precisare che il mio intendimento è stato quello di rappresentare la quasi totalità delle ditte costruttrici e poiché ogni piano a cilindro possiede un repertorio musicale di dieci, a volte 12 motivi, la raccolta comprende le melodie più celebri di ogni paese, e unitamente ai 100 e più esemplari rimasti fuori per mancanza di spazio, rappresentano la più grande rulloteca del genere. Inoltre ogni strumento ha una sua tonalità particolare che lo distingue.
Il queste note non posso fare meno di ricordare il cavaliere Emilio de Vecchi di San Michele Extra (Verona) al quale devo molta riconoscenza; ultimo di una vecchia stirpe di costruttori di piani a cilindro, riprese l’attività che aveva abbandonato da 35 anni e da allora si è anche prodigato nell’insegnamento, specializzando il mio personale.
Rivolgo un vivo ringraziamento - e molto di più vorrei dire - alle mie maestranze che con tanta passione hanno contribuito e continueranno a ridare vita a poveri strumenti che di strumentale hanno spesso solo l’apparenza, ma che comunque hanno sempre una storia da raccontare.

Marino Marini


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PREMESSA

Una breve guida introduttiva sugli strumenti musicali automatici deve accennare tanto al carattere più specificamente tecnico quanto al significato storico e sociale, perché tutti questi aspetti, non solo non sono distinti tra di loro, ma intrecciano in continuazione un rapporto inscindibile d'interazione. La stessa storia della musica entra in questo giuoco dialettico, proprio nella misura in cui il suo sviluppo, la sua scoperta di nuovi spazi sonori è stata condizionata e determinata dal livello tecnico degli strumenti cui era affidata, quindi dall'abilità tecnica. dalla ricchezza e dalla libertà di chi li produceva.

Al di là dell'immediata curiosità che suscitano, gli strumenti di questa collezione (ed è cosa che vale per ogni collezione viva, fatta con amore, cura, intelligenza) hanno un significato più profondo: essi ci aiutano a riscoprire, attraverso un mondo particolare, le diramazioni più lontane e le radici di alcuni aspetti del nostro modo di vivere; la strada lunga, tortuosa e faticosa attraverso cui la nostra civiltà ha raggiunto determinati risultati. La storia degli strumenti meccanici, come tutte le storie particolari è anch'essa una storia di tentativi, tentativi che se anche qualche volta sono apparentemente contraddittori, lasciano sempre intravedere un fine ben determinato: raggiungere come obiettivo la generalizzazione del potere fare ed ascoltare la musica. Queste indicazioni devono servire a fare considerare gli strumenti automatici, oltre che nella complessità tecnica, nella curiosa bizzarria e nella loro variopinta e spesso stravagante bellezza, come prodotto di esigenze ben precise, talvolta pressanti, ma sempre spiegabili perché profondamente incarnate nella realtà storica dalla quale sono uscite. Percorrendo la via che ci porta dai primi organi idraulici - che tanta meraviglia destarono nei coltissimi greci - ai piani a cilindro - che portarono la musica nelle strade - alla radio rurale - che avvicinò la capitale alla campagna (ma non viceversa!)dovremo trascendere il quasi inevitabile discorso sentimentale per cogliere la vera cultura nella collezione Marini. Una cultura che ci farà sentire la continuità storica esistente tra noi e questi oggetti; ci farà vincere l'avversione fantascientifica ed intellettualoide per la macchina; ci darà una razionale fiducia nella civiltà e nei consumi.

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LE ORIGINI

Come organo, organino, organetto il linguaggio popolare designa qualsiasi strumento produca automaticamente la musica, sia esso un piano a cilindro, un autopiano, un carillon o uno degli sfarzosi e chiassosi organi da fiera, sulle facciate dei quali si muovono automi che suonano piatti e tamburi. Per il linguaggio accademico è invece un organo solo il tradizionale strumento a canne che da secoli siamo abituati a vedere nelle chiese, ed ora nelle sale da concerto. Se il linguaggio popolare appare spesso impreciso, sa tuttavia conservare il senso originario, storico e quindi scientifico di alcuni termini. Infatti per i greci presso i quali verosimilmente l'organo a canne fece la sua prima comparsa - organo, significava « strumento» atto a compiere un lavoro o una funzione predisposta dall'uomo. Organo era lo strumento per le misure più complicate, il regolo per i calcoli matematici, il regolo per calcolare senza fatica le distanze in mare. Organo venne infine chiamato un complicato meccanismo applicato ad una serie di canne degradanti in altezza, capace di farle suonare senza che l'uomo vi soffiasse dentro. L'invenzione prodigiosa risale al periodo ellenistico, durante il regno di Tolomeo In Evergete, e viene attribuita a Ctesibio di Alessandria. Egli fissò ad un pancone di legno (somiere) quindici canne di flauto; a questo pancone l'aria giungeva a pressione costante da un serbatoio ad acqua (qualche cosa di simile ad un moderno gasometro) alimentato a sua volta da due soffietti. . Questo strumento, chiamato « organon hydraulon» (= strumento di flauti ad acqua), appariva agli uomini d'allora come una vera macchina automatica che permetteva di fare musica con facilità e senza avere necessariamente una grande abilità come flautista. Per capire questo aspetto, bisogna pensare alla difficoltà di estrarre delle note precise ed in rapida successione da una tromba o da un flauto del tempo: trombe e flauti sprovvisti sia di pistoni che di chiavi. Con l'hydraulon era sufficiente schiacciare un tasto per avere la nota desiderata, sempre uguale e di uguale intensità e - fatto nuovo - si poteva anche avere un numero di note che suonassero contemporaneamente, comandate da un solo operatore. (Fatto quest'ultimo di estrema importanza perché fecondo di sviluppi per la successiva musica) . L'organo ebbe subito una grande fortuna e se ne costruì in gran numero in tutti i paesi di cultura greca e romana. Esso divenne un elemento così importante che due secoli più tardi Vitruvio, nel suo trattato « De Architectura », dedicò un intero capitolo a questo strumento e descrisse organi ad otto registri (otto file di canne) e a due mantici.
Le canne erano generalmente in bronzo, ad alta sonorità, perché gli organi erano quasi sempre destinati a luoghi pubblici, all'aperto. Loro posto d'onore era nei teatri, nei circhi e nelle arene e questa fu la ragione per cui il cristianesimo, che veniva formando la sua chiesa e la sua società sulle rovine del mondo antico, li considerò in un primo momento con sospetto. Quando l'Impero Romano d'Occidente crollò, frantumandosi in una miriade di regni romano barbarici cristiani, anche l'arte organaria italiana decadde fino a scomparire quasi totalmente. Essa continuò tuttavia a prosperare a Bisanzio, ove l'organo venne considerato qualche cosa più che non un semplice strumento pagano di svago. Nel 757 d.C. allorché l'imperatore di Bisanzio Costantino V Copronimo dovette fare un dono di Stato per cattivarsi la simpatia del forte re dei franchi Pipino, non trovò nulla che sapesse meglio esprimere lo splendore della sua corte, che regalare un organo. Quest'organo, a quanto racconta nei suoi annali il cronista Eginardo, venne installato nella chiesa di S. Comelio a Compiegne e pare che sia stato il primo di questi strumenti a venire appositamente installato in una chiesa. In quel periodo comunque la chiesa accettò l'organo come strumento di culto e da quel momento esso ebbe un avvenire assicurato ed iniziò il suo prestigioso sviluppo. Già nel 950 veniva collaudato in Inghilterra a Winchester un organo con 400 canne e 26 mantici. Pieno di meraviglia - e probabilmente di ingenua esagerazione un cronista del tempo di nome Wolstano ci racconta che, per suonare quell'organo, era necessaria l'opera di due organisti e di settanta tiramantici. Altre leggende accompagnano la proliferazione di queste mirabili macchine musicali da Venezia alla Francia, dall'Inghilterra alla Germania, come quella, molto significativa, raccontata in begli esametri da Walfrido Strabone, che narra di una donna che morì di sincope, colpita dall'estrema dolcezza del suono d'un organo. All'organo tradizionale con canne ad anima (quelle in cui è la vibrazione della colonna d'aria a produrre il suono) si aggiunsero canne ad ancia (l'ancia è una linguetta metallica che produce i suoni vibrando per la sollecitazione dell'aria). Si pensò cioè di aggiungere alla macchina creata per suonare i flauti tutti gli altri strumenti a fiato, opportunamente modificati, onde arricchirIa di ogni possibilità timbrica: dall'ottavino alla zampogna; dalla tromba al cromorno; dal fagotto alla bombarda. Se per un verso lo sviluppo dell'arte organaria contribuì in maniera determinante a quello dell'arte musicale, anche la musica accresciuta in complessità richiese nuove possibilità allo strumento. Dopo l'invenzione dei registri (pare nel secolo XII) si aggiunse alla macchina un'altra tastiera per potere suonare anche con i piedi (tastiera pedale) di cui si attribuisce l'invenzione al fiammingo van Werbecke. Il suonatore d'organo era a quel punto come un generale che controllava un esercito di suoni e di timbri attraverso tastiere manuali, pedali e leve di registri. Che cosa mancava perché il concetto di «organon» raggiungesse la pienezza del significato? Naturalmente che esso suonasse da solo. Quando Ctesibio inventò il suo organo presentò al mondo una macchina che, data la monodicità della musica greca e romana, permetteva a chiunque di suonare; questa macchina però conteneva in se (come abbiamo prima accennato) delle possibilità per una musica superiore, dal momento che da essa si potevano ricavare armonie (accordi di più suoni sovrapposti) e che si potevano intrecciare due o più melodie opportunamente concatenate (polifonia). Dopo XV secoli di sviluppo quindi per suonare una musica bisognava conoscere la polifonia e l'armonia ed all'organo doveva sedere un professionista preparato. Ma l'organo era anche un insieme di leve (tasti, pedali, registri) a ciascuna delle quali corrispondeva un suono ed un timbro. Il problema che si poneva era il seguente: è possibile azionare quelle leve mediante un meccanismo che segua un programma preciso e prefissato?

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L'AUTOMAZIONE

Già Platone, tre secoli prima di Cristo, aveva avuto l'idea di costruire un orologio a flauti perché segnasse acusticamente le ore di notte. Non sappiamo se questo orologio sia stato costruito, ma certo esso doveva contenere alcuni elementi che sarebbero stati più tardi utilizzati nell' automazione dell'organo. Esso avrebbe dovuto funzionare press' a poco come i moderni orologi a cucù; l'unico meccanismo, per così dire programmatore, era quello che doveva azionare i flauti ad un'ora determinata. Molto probabilmente i greci e i romani non proseguirono oltre su questa via e non pensarono a riprodurre automaticamente delle opere musicali per due ragioni: innanzitutto perché la loro musica era estremamente semplice e poi perché presso i romani i musicisti (come quasi tutte le persone che sapevano fare qualche cosa) erano generalmente degli schiavi. Le esigenze dei forti e liberi maestri artigiani dell’Umanesimo erano al contrario ben differenti. Si può dire che l'invenzione dell'organo meccanico fu anche prodotto da quest'ansia di libertà, di potere sulla natura e di conoscenza. Se cerchiamo invece di capire quali furono le vie tecniche che portarono a compiere il salto qualitativo dal meccanismo manuale a quello programmato dobbiamo, a nostro avviso, fare un’osservazione preliminare: per chi conosce anche solo superficialmente il pentagramma (ed il modo di scrivere la musica usato dagli antichi è sostanzialmente uguale) è evidente la riflessione tecnica che ha portato all’invenzione del cilindro chiodato

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Sopra: particolare del cilindro con punte metalliche di una scatola musicale del 1880. Ruotando, gli spilli del cilindro sollevano le lamelle che, una volta lasciate libere, vibrano emettendo la nota sulla quale sono sono state accordate.

La scrittura della musica nella sua naturale scientificità geometrica (essa sistema lungo un asse verticale i vari suoni, - verso l'alto i suoni acuti e verso il basso i gravi, mentre la loro successione nel tempo viene letta lungo un asse orizzontale, come per la scrittura) ha fatto pensare che il meccanismo di lettura doveva seguire una via analoga. Il problema venne risolto verso la fine del' 400 con l'invenzione di un cilindro chiodato in cui ciascun chiodo corrispondeva ad una nota musicale. Questo cilindro, ruotando lentamente sul proprio asse portava i chiodi ad alzare delle leve che comandavano il suono ordinato. E facilmente intuibile la notazione musicale sul cilindro è perpendicolare a quella scritta sul pentagramma e segue l'andamento della tastiera. (L’altezza dei suoni è disposta lungo la linea orizzontale mentre il tempo è dato dalla rotazione del cilindro). È quasi certo che il movimento circolare di un cilindro chiodato sia stato il primo modo di produrre automaticamente la musica. Il moto circolare infatti - in mancanza di tecniche più raffinate - fu la soluzione al problema della continuità del discorso musicale.
Un meccanismo del genere fu applicato per primo naturalmente al re degli strumenti, all'organo. Ma come la macchina a tastiera, dopo essere stata impiegata per l'organo venne applicata anche a cetre e salteri (che divennero virginali, spinette e clavicembali) così anche il cilindro avrebbe fatto suonare automaticamente oltre all’organo a canne, strumenti a pizzico (spinette) e più tardi a percussione (clavicordi, forte piano e poi pianoforti). L'organo a cilindro più antico che ci è pervenuto è quello di Salisburgo, la cui costruzione fu ultimata nel 1502 dietro ordinazione dell' arcivescovo L. von Keutschach. Esso ha 350 canne e per la potenza dei suoi bassi si è meritato il soprannome di toro di Salisburgo. Ancor oggi sopravvive un cilindro originale per il quale nel 1753 Leopold Mozart, padre del sublime Wolfgang Amadeus, compose una musica. La spinetta a orologeria costruita da Bidermann risale a pochi decenni più tardi. Si capisce facilmente che il movimento di uno strumento a pizzico o a percussione è molto più complicato che non quello di uno strumento ad aria. Nell'organo a canne infatti il comando automatico si limita ad aprire o a chiudere una valvola, mentre per la spinetta od il pianoforte dovranno agire leve e molle più complesse sia per il ritorno del tasto che per smorzare il suono, e più tardi, per dare al discorso musicale il colore, cioè l'espressione.
Con la sua spinetta Bidermann dimostrò che tutti gli strumenti, anche i più complessi, avrebbero potuto essere automatizzati: non si tardò infatti a costruire arpe ad orologeria (a percussione), clavicordi, fortepiano; si inventò un nuovo strumento che poteva essere contenuto in una scatoletta, costituito da un pettine in acciaio armonico e da un cilindro che faceva vibrare le linguette di questo pettine , si costruirono meravigliose scatolette dalle quali usciva un uccellino per cinguettare una canzone; si costruirono cassette ad ancia di tutte le dimensioni.

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In alto: Gabbia con uccellino del 1880. Il meccanismo a molla aziona, secondo un programma riportato su una ruota dentata, un bordoncino a siringa (una specie di flauto a stantuffo) che imita perfettamente le modulazioni del cinguettio d'un usignolo. Lo stesso meccanismo che aziona lo stantuffo del flautino fa aprire e chiudere il becco, muovere le ali e la testa dell'uccellino.

Sotto: Scatola musicale a cilindro e pettine metallico del 1890. Qui, ad arricchire l'effetto sonoro abbiamo tamburello, nacchere e campanelle. I martelletti delle campanelle sono costituiti da piccole farfalle, api e rondini in metallo smaltato, secondo il gusto dell'epoca.


Col tempo anche il cilindro si sarebbe evoluto e si sarebbe trovato il modo di affidare il programma a dischi chiodati o forati, in metallo ed in cartone e per ultimo a rulli di carta, mantenendo sempre inalterato il principio fondamentale di sistemare l'altezza delle note sull'asse perpendicolare a quello del tempo. Diciamo qui per inciso, che questo modo di scrivere il programma musicale precorse i calcolatori moderni non solo nella analogia meccanica, ma anche in una esigenza più profonda: la macchina avrebbe dovuto servire l'uomo, aumentarne le possibilità e, prima o poi, arrivare ad essere capace di comporre in parte la musica da eseguire. A ciò pensava già nel 1660 il dottissimo padre gesuita Anastasio Kircher. Nel suo libro intitolato Musurgia Universalis, accanto al disegno di un meraviglioso organo automatico a due cilindri mossi da una caduta d'acqua e ricco tra l'altro di uccellini automatici, sistemava un'Arca Musarithmica per comporre la musica senza bisogno di conoscere la teoria. Grosso modo quest'arca consisteva in una cassetta che conteneva diverse file di paletti ciascuno dei quali recava scritta la nota, oppure la battuta, oppure il ritmo da potersi liberamente combinare. Padre Kircher non tralascia di informarci che se un angelo all'inizio del mondo avesse cominciato a comporre musica combinando i paletti, ancor oggi (nel 1660) non avrebbe finito. Che non si trattasse di una astratta iperbole matematica lo dimostrò nei primi anni dell'800 il geniale meccanico Dietrich Nicolaus Winkel allorché presentò al pubblico attonito la sua opera più famosa il « Camponium ». Questo strumento, unico nel suo genere è un grande organo meccanico a nove registri, arricchito da percussioni, che ha la capacità, una volta messo in moto, senz'altro intervento che la ricarica, di variare un tema fondamentale tante volte che, per ascoltarle tutte, non basterebbero 138 milioni di anni. Non possiamo qui illustrare la tecnica sulla quale è basata la realizzazione di un Orchestrion del genere, ma basterà ricordare che quest'organo meccanico, a due cilindri « casualmente scompigliati» lo si può vedere al Museo degli Strumenti Musicali di Bruxelles, dove non ha ancora cessato di destare discussioni tra gli studiosi, oltre che stupore ed ammirazione. Questo giuoco, risultato di migliaia d'anni di esperienze artigiane ed intellettuali non ha finito ancor oggi di affascinare e di dare frutti: ad esso si ispirò nei primi
anni dell'800 E.T.A. Hoffmann quando inventò con la fantasia un'arpa atmosferica che per comporre e suonare non aveva neppure più bisogno dell'intervento umano (erano sufficienti le variazioni nel soffio dei venti) ; oppure lo scultore Schoeffer che nel 1955 costruì effettivamente una torre musicale. Questa torre musicale era composta da una intelaiatura e da lastre di metallo, con tutta una serie di termocoppie, termometri e barometri che «leggendo » le variazioni atmosferiche ed amplificandole opportunamente, riusciva a creare effetti sonori sempre differenti.

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Sopra: Cassetta musicale a pettine metallico e dischi creata dalla ditta Symphonion. La melodia che viene suonata dallo strumento è incisa, tramite fori, sul disco metallico. Quest'ultimo è intercambiabile.

Un ingegnere della Philips fabbricò una specie di cervello elettronico per la scultura di Schoeffer. Sulle basi delle direttive dei « sensori» questo cervello elettronico sceglieva tra i dodici suoni della scala temperata delle note sia per creare la linea melodica, in senso orizzontale, sia in senso verticale per creare la linea armonica. Le variazioni di temperatura, illuminazione, i vari rumori penetranti dal mondo esterno, una nuvola che passando davanti alla torre sottraeva un po' di luce e calore; un clacson di un'auto; un aereo che passava sopra; tutto ciò costituiva il materiale sonoro che la macchina avrebbe dovuto organizzare. Materiale sempre nuovo perché è quasi impossibile avere due volte la stessa situazione acustica, termica ecc... Non era forse la realizzazione dell'arpa eolica di Hoffmann fatta con i mezzi tecnici degli uomini del XX secolo? « L'automa che suona e compone» diventò comunque l'aspirazione del '700 illumini sta e la passione del Romanticismo (e quindi dei nuovi metodi industriali). È incredibile vedere come fu proprio la musica che domò la ritrosia naturale dell'uomo per la macchina. L'incalcolabile e l'ineffabile era stato ridotto ad una serie ordinata di misure e di numeri, e sistemabili quindi nello spazio di un cilindro chiodato, utilizzabili a piacere secondo le capacità dell'industria e le capacità materiali dell'uomo. Il giovane nascente Romanticismo che si innnestava sul morente classicismo era teso a trasformare l'orchestra nell'Orchestrion, il re degli strumenti. Le ragioni che contribuirono a questa tendenza sono innanzitutto da ricercare nell'esigenza di portare la musica ovunque non ci fossero esecutori e, non ultima, nell'approssimazione con cui molti esecutori eseguivano le musiche di maestri celebri.
Nella quarta parte della sua monumentale opera « Il Costruttore di Organi» il benedettino Dom Bedòs de Celles, che non poteva certo essere sospettato di simpatie verso le manie più frivole del secolo, dice espressamente: « questa invenzione (del cilindro chiodato) sarà senz'altro molto utile poiché essa fa suonare gli organi anche molto bene e non richiede alcuna conoscenza ne della musica ne dell'arte di suonare che pochi possiedono in maniera soddisfacente. Si può infatti assicurare che con tale espediente si suona un organo con altrettanta grazia e precisione di quella del più valente degli organisti ». E più avanti aggiunge che quest'invenzione sarà anche molto utile a tutte quelle chiese, abbazie e conventi della campagna che si trovano sempre nell'impossibilità di trovare un organista che abbia una qualche abilità. Maestri come Philippe Emmanuel Bach, Joseph Haydn, Friedrich Haendel ed il sommo Mozart non disdegnarono infatti di occuparsi degli strumenti automatici e di comporre delle musiche per essi. Di Mozart il Koechelverzichniss annota almeno tre composizioni create per organo a cilindri: Adagio e Rondò K. 594, Fantasia K. 608, Andante K. 616. La critica di quest'ultimo riguardava solo le qualità tecniche e musicali di questo tipo di strumenti che qualche volta assomigliavano troppo a dei carillon, ma non li considerò mai con scherno, ne sottovalutò la loro importanza, ne ritenne degradante comporre delle musiche appositamente per essi. Un contemporaneo racconta che quando morì il celebre feldmaresciallo Laudon, si costruì per lui una statua di cera in grandezza naturale, vicino alla quale, ogni ora uno strumento a canne e cilindro suonava una musica funebre «composta dall' indimenticabile Mozart... che dura otto minuti esatti, e che per precisione e purezza è superiore a tutto ciò che si tentò di produrre in questo genere d'opera d'arte ». Questa musica era l'Adagio K. 594. La statua di cera era sistemata nel museo personale del conte Deym il quale, rimase così impressionato dall'incontro del genio di Mozart con il cilindro chiodato, che gli ordinò immediatamente un' al tra composizione, per « cilindro in un piccolo organo». Il 4 maggio 1791 Mozart terminava e consegnava « ai chiodi» il suo « Andante KV 616 », una composizione che per bellezza e perfezione è all'altezza delle creazioni migliori del maestro. Il conte Deym volle che fosse immediatamente stampata anche la musica ed egli stesso si occupò di trascrivere l'Andante in versione per pianoforte. L'interesse di questa composizione, consiste dunque nel fatto che non si tratta di una qualsiasi musica ridotta ed adattata allo strumento meccanico, ma di una composizione nata per lo strumento meccanico e poi, grazie ai suoi pregi, trascritta per essere eseguita. Il Museo dell'Università di Lipsia (Musikwissenschaftliche Instrumentenmuseum) possiede un Floetenuhr (orologio a flauti) della fine del '700 che porta il numero di catalogo 2052, che suona il Rondò di Mozart in una versione un po' ridotta. Una importantissima innovazione tecnica aveva fatto accettare ad esegeti e musicisti il cilindro chiodato: il metodo di Padre Engramelle (1721-1780). In lui la musica meccanica trovò lo studioso più appassionato e profondo oltre che il più rivoluzionario.
Marie - Dominique Joseph Engramelle era un religioso, uomo di chiesa che, come il suo illustre contemporaneo Dom Bedòs, divideva il tempo tra studi e preghiere.

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Sopra: Frontespizio dell'opera di Padre Engramelle "La Tonotechnie". In alto a destra, il suonatore di flauto di Vaucanson.

Era naturalista e meccanico, come lo voleva il suo secolo di Lumi. Da naturalista scrisse un libro sulle farfalle che non diede alcuna fama; come meccanico mise a punto una tecnica che lo rese celebre. Essa viene esposta con chiarezza in un libro dal titolo « La tonotecnica, ovvero l'arte di notare i cilindri e tutto ciò che è suscettibile di essere notato negli strumenti del concerto meccanico» che uscì a Parigi nel 1775. In quest' opera Engramelle contrappone al sistema di notazione empirica usato fino ad allora, un sistema scientifico per mezzo del quale la lettura dal pentagramma o dal cilindro non presenti differenze: questo sistema è basato sul metodo del « quadrante », metodo in uso ancora ai giorni nostri. Il quadrante è in sostanza un congegno che serve a dividere i tempi di rotazione del cilindro in funzione del tipo di musica che si vuole notare. Questa innovazione non servì solo a soddisfare l'esigenza di di precisione e perfezione inseguita dai costruttori d'organo, ma aprì la possibilità di creare strumenti piccolissimi, perfetti, a diverse combinazioni che altrimenti sarebbe stato impossibile immaginare. Anche nella fantasia degli scrittori si moltiplicarono automi, organi automatici ed Orchestrion d' ogni tipo: basti pensare al gatto Murr ed al cane Berganza di Hoffmann; all'usignolo magico (Der bIonde Eckbert) di Tieck o alla macchina meravigliosa di Jean Paul che dava concerti dopo essersi composta la musica in una maniera molto simile a quella proposta da Kircher. Ci pare opportuno riportare un breve brano dalla « Scelta delle carte del Diavolo» di J ean Paul perché in esso, si citano dei nomi di costruttori di automati musicali e meccanici che sono restati ormai celebri: Un uomo macchina dava i concerti. « Il compositore erano due dadi. Mediante essi l'uomo macchina rimescolava delle striscioline di carta sulle quali erano scritte delle note secondo le regole (dell'armonia) della composizione... Il direttore d'orchestra era un meccanismo ad orologeria inventato da Renaudin a Parigi. Gli esecutori, che erano stati costruiti in parte da Vaucanson, in parte da Jaquet Droz e figlio, compivano prodigi al flauto, al pianoforte e ad un organo con canne di cartone...».I maestri artigiani che in Europa costruivano bambole automatiche che suonavano, ballavano e cantavano erano quasi considerati degli stregoni, ed i ricchi borghesi di fine '700 e dei primi decenni dell' 800 si muovevano da una città all'altra per potersi comperare simili meraviglie. Tra questi artigiani ricordiamo i nomi di Vaucanson, dei due Droz padre e figlio, dei fratelli Schatz e l'orologiaio Siegmeier di Eisleben. Dalle loro mani uscirono arpe meccaniche, orologi con flauti meccanici che suonavano ad ogni ora, raffinatissimi carillon, bambole meccaniche che suonavano il pianoforte ed una miriade di organetti di ogni dimensione. La figura che più d'ogni altra seppe incarnare i gusti, le tendenze e le aspirazioni del suo tempo fu senz'altro Jacques Vaucanson (1709-1782). Studioso appassionato, come padre Engramelle, di scienze naturali, medicina, anatomia, non seppe resistere alla grande passione del secolo, la meccanica. Condivideva con i filosofi contemporanei la fiducia di riuscire a spiegare meccanicisticamente tutta la realtà, compreso il corpo umano e si gettò a capofitto nell'impresa difficilissima di creare una serie di strutture anatomiche mobili, capaci di riprodurre le principali funzioni organiche. E' un'impresa colossale che lo porta al dissesto economico oltre che ad essere guardato con sospetto dall'autorità ecclesiastica. Malato e deluso all'età di venticinque anni si getta in una nuova impresa e, venendo ad un compromesso con le sue ambizioni scientifiche decide di costruire qualche cosa che lo imponga all'attenzione della colta e galante società settecentesca. Nasce così il SUONATORE DI FLAUTO l'automa più perfetto e complesso realizzato con i soli mezzi della meccanica. L'androide aveva le dimensioni d'un uomo naturale, vestito da selvaggio; suonava undici arie su un flauto muovendo le dita e modulando l'aria che fuori usciva dalla bocca. Il successo fu enorme ed immediato: il mondo culturale francese, presago dei futuri avvenimenti accolse l'avvenimento con la dovuta ammirazione e tra i primi visitatori del prodigio vi fu l'Accademia Reale di Francia al completo. Voltaire definì Vaucanson « rivale di Prometeo» capace di dare intelligenza alla materia bruta. Nello stesso anno l'artista crea altre due meraviglie; un altro suonato re capace di eseguire venti arie e la celebre anatra che mangiava il grano e lo espelleva « in veste sensibilmente mutata ». Tutti vogliono vedere queste meraviglie che hanno dell'incredibile quando Vaucanson decide di vendere tutte le sue creature ad un certo Demoulin per una somma esorbitante e si ritira dall'attività.
Demoulin fa fare agli automi il giro d'Europa, ricavandone anche lui un buon guadagno fino a che queste meraviglie scompaiono misteriosamente. Da allora non c'è collezionista e studioso che non abbia sognato almeno una volta di rintracciarli. Tra le meraviglie che invece sopravvivono ricordiamo la celebre suonatrice di salterio creata dalla collaborazione di David Roentgen e Pierre Kin tzing nel 1780. Questo automa esegue, battendo i due martelletti sulle corde del salterio con l'abilità e la precisione d'un musicista, otto arie tratte dall' «Armida» di Gluck. Illustre possessore d'una simile meraviglia fu la regina Maria Antonietta dalla quale pare che i costruttori abbiano preso il modello per la scelta dell'abbigliamento e per i tratti del volto. Ora l'automa è conservato a Parigi, al Conservatorio delle Arti e dei Mestieri e un paio di volte l'anno si esibisce ancora nell'esecuzione delle arie


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In alto: Meccanismo del flautista, dalla descrizione rifatta da Vaucanson e ricostruita da M. Edmond Droz, conservato a Neuchàtel.

del musicista preferito dall'infelice regina. Ma i nuovi tempi, che si erano annunciati così sorprendentemente con la Rivoluzione francese, esigevano profondi mutamenti anche nel campo che stiamo trattando. I grandi rivolgimenti sociali intervenuti e la concentrazione di grandi masse nelle città esigevano che anche lo strumento automatico uscisse dall'ambito della curiosità o del puro lusso intellettuale per scendere nelle strade, nei locali pubblici; in tutti quei posti, cioè, in cui ci fossero masse di potenziali consumatori di musica. Risale a questo periodo la nascita dell'industria della musica e dello sfruttamento di quest'arte con sistemi commerciali. Ogni creazione musicale doveva imporsi al pubblico, esserne richiesta, riconosciuta e doveva soprattutto essere riprodotta in migliaia di esemplari. Si aprì in questo periodo il baratro che avrebbe poi diviso il compositore e l'esecutore che prima erano tutt'uno. Il compositore era sempre esecutore delle proprie opere anzi, il virtuoso creava le proprie musiche in funzione della propria capacità di suonarle.
Nel nuovo mondo che si andava creando pareva che l'esecutore fosse inessenziale; ad alcuni apparve addirittura come un copista di opere altrui che la macchina avrebbe potuto sostituire. Le differenze, sulla grande massa dei consumatori che si accostavano alla musica per la prima volta, non sarebbero state neppure apprezzate. La vita che successivamente avrebbe percorso la musica per raggiungere tutti era ormai tracciata nel suo futuro svolgimento che, come vedremo più avanti, toccherà il suo traguardo con il grammofono e la radio. Fu, a quanto pare, in Inghilterra (ove l'Industria era più sviluppata ed il problema di generalizzare il consumo musicale più sentito) che si fece il primo tentativo (gravido d'avvenire) di meccanizzare ed automatizzare il pianoforte. A questo strumento, inventato verso il 1706 dal padovano Bartolomeo Cristofori, viene applicato il tradizionale cilindro verso il 1820 da Collard & Muzio Clementi ; la parte meccanica era azionata da un cilindro simile a quello degli organi e lo strumento poteva suonare sia meccanicamente, con il cilindro, che manualmente mediante la tastiera.